domenica 26 ottobre 2008

LEGGERE e PENSARE

Ritieni che l'università debba essere un bene pubblico?
Ritieni necessaria una politica per il diritto allo studio?
Puoi permetterti 10.000€ di tasse ogni anno?

Vediamo cosa cambia con la legge 133/08 e perché il mondo accademico sta cominciando a muoversi:

La 133/08, approvata il 6 agosto 2008, è la conversione del decreto 112 (ha avuto un iter parlamentare molto veloce, nonostante l'estate). Questa legge prevede tagli in tutti i settori di cui si occupa; in particolar modo per l'università prevede:

1.
riduzione del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario), denaro che il ministero dà all'università con il quale si pagano gli stipendi;


2. blocco del turn over al 20%: in pratica ogni 5 pensionamenti l'università potrà effettuare una sola assunzione;

3. possibilità per le università di diventare fondazioni private.

La riduzione dei finanziamenti per le università (che hanno già i bilanci in bilico) costringeranno gli atenei ad aumentare le tasse agli studenti.

I Senati Accademici di molte università italiane prevedono entro i prossimi 5 anni di dover TRIPLICARE le tasse universitarie, non riuscendo, altrimenti, nemmeno a coprire gli stipendi del personale. Le università statali, però, hanno un tetto limite sulle tasse da imporre: il massimo imponibile, già raggiunto in molte università, è del 20% del FFO. Per questo le università saranno costrette a chiudere i battenti o a diventare fondazioni private: sarà come vendere l'università al miglior offerente.

I privati che la acquisteranno decideranno come amministrare l'università e diventeranno proprietari di tutti i beni materiali e immobili dell'università. I privati stabiliranno anche le tasse universitarie, senza però alcun vincolo sull'imposizione fiscale. Il che vorrà dire tasse universitarie aumentate liberamente, e che i privati potranno vendere i beni dell'università in un ottica di profitto che non tiene conto del miglioramento del servizio universitario.

La struttura didattica dell'università sarà totalmente stravolta. Il blocco del turn over porterà in pochi anni alla chiusura di numerosi corsi di laurea per l'evidente impossibilità da parte dell'università di sostituire docenti e personale andato in pensionamento: già ora una buona fetta della didattica è coperta da ricercatori, il cui contratto non prevede l'insegnamento (in poche parole lo fanno gratis).

Il blocco inoltre toglie ogni speranza a ricercatori e dottorandi e a tutti coloro che sognano un futuro lavoro nelle università semplicemente perché non verranno mai assunti. Potranno però essere precari a vita!

Altro elemento non trascurabile, qualora l'università diventi fondazione, è che verranno naturalmente privilegiati determinati corsi di laurea che portino benefici ai nuovi proprietari dell'università. Verosimilmente corsi di laurea considerati inutili per gli interessi delle aziende e società che avranno acquistato l'università verranno rapidamente chiusi per dirottare personale e fondi a corsi considerati più produttivi.

Ma non tutte le università avranno la 'fortuna' di diventare fondazioni e quindi sopravvivere. Le fondazioni nasceranno solo in quei territori dove c'è una forte presenza di aziende e industrie pronte ad investire. Le università lontane da queste zone, come la maggioranza delle università del Sud, rischiano l'immediata chiusura.

Questo riguarda:

1. gli studenti universitari che rischiano di non poter terminare i propri studi a causa dell'esorbitante aumento delle tasse;

2. gli studenti delle superiori che rischiano di non poter accedere, di fatto, all'università pubblica;

3. i cittadini delle città universitarie che subiranno perdite economiche a causa del declino dell'università;

4. l'Italia intera, perché il panorama che si prospetta è quello di avere poche università private di qualità con rette altissime (situate prevalentemente nell'Italia centro-settentrionale) e poche università statali di serie b con rette, nonostante tutto, a livelli più alti di quelle attuali.

Questo  scenario non si concretizzerà fra anni: se non si ferma subito questa legge accadrà tutto tra meno di un anno (basta il voto favorevole del Senato Accademico) coinvolgendo tutti. Non sarà più garantita una istruzione superiore diffusa, ma potranno giovarne solo piccolissime
percentuali degli italiani. Non è solo un impoverimento culturale quello a cui andiamo incontro, ma è soprattutto una sconfitta dei diritti di ogni cittadino.

Una volta avviato il processo di privatizzazione dell'università, un eventuale ritorno al sistema
statale richiederà anni e sarà tanto difficile quanto costoso per lo Stato e quindi per tutti noi.

E' importante in primo luogo informarsi ed informare, portare il problema all'attenzione di tutti, nonostante il silenzio dei media, per far sì che siano tutti consapevoli di cosa ci aspetta in futuro.


Il testo integrale della legge: http://www.camera. it/parlam/leggi/08133l. htm

Occorre diffondere la notizia e mobilitarci contro questa vergogna!

giovedì 16 ottobre 2008

lunedì 13 ottobre 2008

Educazione civile...


In questi giorni, dialogando nei bar, pub e discoteche, ho raccolto numerosi malcontenti verso la politica sammarinese, in generale.
Quel che più mi ha sconcertata è che molte persone mi hanno espressamente confessato che non andranno a votare alle prossime elezioni, a causa della sfiducia verso l’attuale classe dirigente, perché convinte che a San Marino non cambierà mai niente.
C’è chi è deluso (e chi non lo è?), c’è chi protesta per punire i partiti (ma punire chi?).
Forse viviamo tempi caratterizzati dall’allontanamento e dalla delusione, se non addirittura dal rifiuto verso l’agire politico, ma mi fa male credere che alcuni compaesani abbiano sepolto il sacro-santo diritto al voto e la voglia di esserci o contare, solo per rinuncia. In questo delicato momento di fase pre-elettorale mi sento di prendere una posizione (azzardata e controcorrente) in difesa della sana politica. Una difesa non tanto delle singole rappresentanze partitiche, bensì di chi si impegna nella politica attiva, unicamente per dare una risposta concreta alle necessità popolari senza mire, ambizioni o per trarne vantaggi materiali.
Non è giusto fare di “tutta l’erba un fascio”, bisogna distinguere, al momento del voto, chi ha messo in atto progetti benefici per il paese, da chi ha inseguito solo interessi personali ed economici. Per questo, a mio parere, occorre non dare più il voto ai soliti politici di carriera e nemmeno a quelli che, negli ultimi venti anni di politica sammarinese, sono passati da un partito all’altro senza alcuna coerenza e rispetto per gli elettori.
C’è bisogno di un cambiamento radicale del Consiglio Grande e Generale, senza il quale non possiamo sperare in una reale inversione di tendenza, nel sempre più grande sfacelo in cui viviamo. C’è bisogno di volti nuovi, di giovani volenterosi a cui sia cara la sorte del nostro paese. Necessitiamo di personalità responsabili che abbiano il coraggio di affrontare i tabù della società sammarinese. Vogliamo persone apertamente schierate contro i poteri forti. Desideriamo politici puliti, onesti, non incrostati dal potere, propensi al progresso, con le mani pulite. La politica non si riformerà da sola, e l’unica strada percorribile per chi vuole cambiare la rotta di questo Paese, è quella di cambiare la classe politica che ci governa. Per realizzare questo cambiamento occorre votare, e votare per persone diverse da quelle che ci hanno trascinato in questa situazione. Quando un medico sbaglia la cura e fa morire il paziente, è da pazzi affidarsi allo stesso medico!
I sammarinesi, il 9 Novembre, hanno in mano il futuro della Repubblica. La conferma dello status quo significherebbe la sua distruzione, mentre la scelta di nuovi volti alla guida del paese, porterebbe una vera e significativa rivoluzione sociale e culturale.